
Spopolamento
Montano: cause ed effetti/Entvölkerung im Berggebiet: Ursachen und Auswirkungen,
coedito da parte di Rete Montagna, Fondazione G. Angelini, Universität
Innsbruck, a cura di Mauro Varotto e Roland Psenner, in collaborazione con E.
Cason, E. Gaertner, Ch. Smekal.
Conclusioni:
1. Popolamento, cultura e urbanizzazione
Sono stati innanzitutto analizzati, nel corso di questo interessante Convegno, i fenomeni di movimento della popolazione delle Alpi, con particolare attenzione alle Alpi austriache e italiane e, all'interno di quest'ultime, alle montagne del Nord-Est e della provincia di Belluno. Dai dati presentati è emerso che più che di una fuga dalle valli alpine, si può parlare oggi di una redistribuzione interna della popolazione nell’area alpina (Psenner), come fenomeno complessivo. Si può inoltre parlare di un aumento generale della popolazione, anche se localmente i fenomeni sono più complessi (estremizzazione del calo di popolazione in Piemonte e nelle Alpi Liguri, nella Carnia e in alcune zone della Francia, e dell’incremento in Alto Adige e parzialmente nel Trentino e in Austria).
Quando
si parla di popolamento, bisogna comunque fare una distinzione tra la popolazione
permanente e la popolazione mobile, legata soprattutto al fenomeno turistico.
Inoltre è da chiedersi cosa vuol dire «abitare» nelle Alpi,
che è diverso da risiedere; la tendenza sempre più diffusa ad
utilizzare le seconde case è un abitare mutilato, e non corrisponde ad
un radicamento in un determinato luogo, all’abitare vero e proprio. Per
analizzare e comprendere la realtà complessa dello spopolamento montano,
si sente l’esigenza di cercare un nuovo modello, strumenti più
delicati e potenti ad un tempo, facendo anche uso della micro-analisi. Non bastano,
infatti, gli aspetti quantitativi per comprendere il fenomeno, servono anche
quelli qualitativi. Inoltre la semplice valenza economica non è sufficiente
per giustificare e risolvere il problema, bisogna ad esempio considerare, come
fattore influente accanto ai dati statistici, la topografia, quale elemento
di base per comprendere le diverse realtà montane, e condurre possibilmente
delle analisi interdisciplinari: è utile ad esempio correlare i dati
del geografo o del demografo, con quelli di chi analizza l’uso dei suoli,
come è avvenuto per il territorio austriaco da parte di Penz e Seger.
È poi da tenere presente la discriminante tra la cultura germanica e
la cultura latina, per quanto riguarda la considerazione della vita agricola
e del valore della città: mentre nella cultura latina la vita agricola
ha scarso valore e la città rappresenta il polo d’attrazione maggiore,
in quella germanica la vita in campagna è considerata e valorizzata non
meno di quella cittadina. Ciò spiega la diversità dei fenomeni
in Austria, Svizzera, Alto Adige, a cultura tedesca, da un lato, e Veneto,
Friuli, Alpi liguri/piemontesi e francesi, dall’altro. Per quanto riguarda
la cultura, si sono presi in considerazione gli aspetti del patrimonio linguistico
alpino. I nomi di luogo o di montagna (toponimi, oronimi) hanno una funzione
cognitiva, quindi costitutiva, rappresentano un patrimonio culturale; essi creano
un’identità nello spazio, trasmettono il significato di Heimat,
«piccola patria», danno un senso di identificazione, di appartenenza
di un abitante alla sua comunità, alla sua vallata. Inoltre i nomi travalicano
i passi, lungo i confini nazionali, e registrano la storia delle comunità
che vi si sono insediate. Tale patrimonio, che è stato costruito nel
corso di qualche millennio, rischia di svanire nello spazio breve di due o tre
decenni. Per ovviare a tale inconvenien- te, è opportuno creare, con
lo sforzo di tutti i collaboratori dell’arco alpino ed entro breve, una
banca dati di tutti i toponimi/oronimi dell’arco alpino, come proposto
nella Risoluzione di Berlino del 2002: ciò può anche diventare
un obiettivo della Convenzione delle Alpi, accanto a quello della salvaguardia
delle lingue locali (Hausner).
È importante cioè, per conservare la popolazione e le culture,
attuare anche interventi di carattere politico, sia a livello nazionale che
comunitario: d’altra parte è proprio l’intervento politico
che ha fatto sì che l’Austria, il paese più alpino
dell’Europa, abbia mantenuto la propria popolazione, con un trend complessivo
di incremento, invece che di decremento. Analogamente è dimostrato in
Italia che, laddove vengono effettuati interventi finanziari sostanziosi e sistematici,
la popolazione non è diminuita, come nelle autonome province del Trentino-Alto
Adige; in Alto-Adige è addirittura aumentata, questo sia perché
i fondi sovvenzionati dallo stato (trattandosi di provincia autonoma) sono assorbiti
al 100%, diversamente ad esempio dal Friuli che li assorbe al 70%, sia perché
gli agricoltori (così come nella parte occidentale dell’Austria)
hanno creato piccole o medie imprese o imprese familiari e ciò contribuisce
alla stabilizzazione del territorio. È quindi, in conclusione, compito
delle istituzioni politiche creare delle opportunità per la gente di
montagna, perchè rimanga in quota; le scelte poi sono determinate da
una serie variegata di fattori. I fattori locali, infatti, sono diversi e le
soluzioni sono legate ai fattori locali e alla storia locale. Erich Thöni
ad esempio fa riferimento alla Germania Orientale dove, nonostante il Finanzausgleich
(redistribuzione di tasse tra l’Est e l’Ovest), la gente non poteva
essere trattenuta. Bisogna anche sottolineare che i fenomeni di denatalità
e invecchiamento, registrati per le Alpi ed esposti dai relatori, sono comuni
a tutta l’Europa, rappresentano un trend generale valido analogamente
per città e pianura, anche perché le Alpi non sono, e non sono
mai state, un sistema chiuso, ma piuttosto un sistema aperto verso l’esterno
(Scaramellini). Interessante è stata anche l’analisi della Svizzera,
altro paese prevalentemente montano. Il territorio montano svizzero è
come tutti i territori montani segnato da svantaggi topografici e climatici,
ma caratterizzato per tradizione da un’agricoltura montana sostenibile
e proficua. Ultimamente, però, gli aggiustamenti strutturali dell’economia
svizzera hanno fatto soffrire soprattutto i comuni agricoli, che hanno perso
reddito e profitto per la vendita dei prodotti, a causa della liberalizzazione,
e quindi anche abitanti e, dato che l’agricoltura in montagna non può
essere considerata competitiva, soltanto se le istituzioni politico-amministrative
la sovvenzionano essa può reggersi. Il 30% del latte svizzero continua
ad essere esportato facendo concorrenza al latte di altre provenienze, ed è
importante conservare l’eccellenza dei prodotti di marchio in montagna,
ma si tratta pur sempre di un mercato di nicchia. Si pone oggi il problema di
quali aziende agricole eventualmente sacrificare, dato che 1/3 dello spazio
alpino svizzero è a rischio. Taluno degli intervenuti al dibattito afferma
che in casi siffatti, così come nei casi di zone a rischio idraulico
o geologico (vedi più avanti) bisogna fare delle scelte, decidere che
cosa conservare e che cosa proteggere, in base anche a valutazioni di carattere
economico.
Tuttti concordano comunque nel sottolineare che l’agricoltura di montagna
garantisce nelle Alpi la manutenzione del paesaggio culturale, di cui non possiamo
fare a meno: gli agricoltori sono spesso considerati i «giardinieri del
paesaggio»; comunque siano definiti, gli abitanti della montagna con la
loro manutenzione ordinaria del territorio sono gli unici a garantire la salvaguardia
di paesaggio e territorio da eventi catastrofici. Le Alpi sono anche uno spazio
altamente urbanizzato. Alcuni studiosi sostengono che il 70% della popolazione
alpina è concentrata in città alpine, cioè nel 30% dell’intero
territorio. Inoltre le città alpine hanno molte affinità con le
altre città. Si può allora parlare di uno specifico «modello
urbano-alpino»? Il termine «alpino» si giustifica più
per il contesto, il dintorno della città, il carattere montagnoso del
circondario; certo, alcuni fenomeni si accentuano proprio per la morfologia
del territorio di tali città; bisognerebbe allora coniare, secondo la
proposta svizzera, un nuovo termine: non più semplicemente «città
alpina», ma «città-territorio» delle Alpi. Inoltre
è da augurarsi che tale concetto di città alpina o città-territorio
delle Alpi venga introdotto nel testo della Convenzione delle Alpi (Gaido).
2. L’ambiente alpino ed i problemi del «rischio»
Si è cercato per prima cosa di confrontarsi sulla definizione di «ambiente», che non è da intendersi come equivalente a natura, quanto piuttosto a natura trasformata dall’uomo, ossia come ambiente culturale. Si può definire l’ambiente come Lebensraum, «lo spazio vitale che circonda l’uomo» (Stötter). Il problema è quello di ridefinire il ruolo dell’uomo nei confronti dell’ambiente e nei confronti dei fenomeni di rischio, della probabilità cioè di danni per frane ed alluvioni nei confronti di uomini e beni, che si presentano come più insistenti e repentini. Dopo un’analisi dei modelli passati e attuali di ingegneria idraulica in Austria, sottolineando come le opere idrauliche moderne tendano a far ritornare il fiume alle sue caratteristiche naturali, con ampliamento del letto e concessioni alla ramificazione laterale (Schöberl), pur considerando che il problema principale è rappresentato dalla gestione dei detriti solidi indotti dal fiume, si è passati a definire i concetti di pericolosità e rischio in montagna, basati sulla conoscenza sistematica dei fenomeni franosi e alluvionali, che è preliminare ad una corretta gestione territoriale, fondata sulla prevenzione. Sulla base dell’esperienza, non rimane che convivere col rischio in montagna e quindi mitigare il rischio, nell’impossibilità, nella maggior parte dei casi, di eliminarlo, anche tramite una corretta pianificazione dei vincoli urbanistici. In Italia con la Legge Sarno del 1998 si punta ora alla gestione della previsione, dato che i fenomeni si ripetono al 90% dei casi in aree già colpite, mentre prima si gestivano solo le emergenze (Silvano). È risultato di grande utilità il raffronto tra modelli tecnici di diverse nazionalità nell’affrontare i temi del rischio. L’esposizione al rischio, cioè la pericolosità, diventa oggi sempre più frequentemente vulnerabilità, perché l’uomo, con le edificazioni, osa sfidare la natura più che nel passato. È inevitabile chiedersi quanto vale la vita umana o l’impresa agricola o quella artigianale, allo stesso modo in cui è da chiedersi se sia conveniente investire turisticamente in una determinata zona, dati gli enormi costi di manutenzione o di intervento, in seguito all’esposizione ai danni ambientali. Vanno pianificati gli insediamenti in modo vincolante, in relazione al rischio, così come vanno pianificate le aree a vocazione turistica. Ma, mentre non si può ravvisare una correlazione stretta tra spopolamento e condizione di rischio ambientale, è facile cogliere il legame tra turismo e popolamento. Il turismo, infatti, più volte evocato, anche sotto forma di turismo culturale, sembra trattenere la popolazione, ma non è detto che basti da solo a conservarne la stabilità, perché esso innesca anche processi insidiosi, soprattutto nella forma del turismo d’assalto, o delle seconde case; esso fa emergere alcune contraddizioni sul piano sociale, soprattutto se non ben regolato e se non tiene conto dei modelli culturali autoctoni. Quel che è certo è che, diversamente dagli insediamenti industriali che tendono a localizzarsi nel fondovalle, il turismo favorisce il mantenimento degli insediamenti in quota. È stato da tutti i presenti auspicato, nella giornata conclusiva di riflessione su cultura e popolazione, che le Alpi non diventino un parcogiochi per i cittadini, ciò che può avvenire soltanto nella misura in cui i popoli montanari perdono le loro culture specifiche, «svendono» il loro territorio e che la montagna venga abbandonata ai nuovi colonizzatori della pianura.
3. Le culture montane
Se
dalle statistiche sui movimenti di popolazione passiamo alla considerazione
degli stili di vita che caratterizzano le popolazioni montane, ci accorgiamo
che la perdita dei patrimoni culturali delle singole popolazioni si pone con
particolare urgenza, come nel caso dei Walser, ma non solo. Bisogna allora accettare
la sfida di alternatività del modello montagna, basato su valori come
un’agricoltura ecologica, un’architettura ecologica, uno stile di
vita basato sulla fatica, sulla verticalità, il continuo adattamento
ad un ambiente mutevole ed ostile: un modello strettamente correlato con la
natura circostante e che, per tale ragione, viene definito «ecologico»,
che nulla ha da spartire con quello cittadino. È compito della Convenzione
delle Alpi, nell’attuazione del Protocollo Popolazione e Cultura, salvaguardare
le comunità che sono portatrici di tali culture, non solo in senso conservativo
ma anche propositivo. Come propongono infatti i rappresentanti del Ministero
dell’Ambiente italiano intervenuti al Convegno, le popolazioni alpine
non devono essere oggetto di tutela quanto piuttosto soggetti attivi per l’attuazione
di uno sviluppo sostenibile. Il nuovo concetto di «tutela attiva»
(Giulietti) delle popolazioni alpine, ossia di sviluppo reale, consiste nel
recupero di un bagaglio di saperi montanari, che non vanno dimenticati, ma valorizzati,
così che le Alpi diventino uno spazio dinamico, aperto, non una «riserva
indiana» per i turisti. Per quanto riguarda il cammino da fare, i rappresentanti
politici dell’Unione Europea, dell’Italia e del Tirolo condividono
l’importanza di inserire la parola «montagna» nel trattato
dell’Unione Europea, cercando di addivenire ad una defi- 302 Ester Cason
Angelini - Christian Smekal nizione europea di montagna che sia condivisibile;
di promulgare specifiche direttive per la Montagna, che prevedano, al di là
di un puro regime di concorrenza, la necessità di servizi efficienti
per le zone di montagna e di un sostegno economico specifico per la gente di
montagna, che sia legato ai diritti di cittadinanza e alla garanzia di tali
diritti, non come concessione unilaterale, ma come riconoscimento dei valori
e degli stili di vita dei montanari.
I rappresentanti dei Club Alpini austriaco, italiano ed europeo (CAA) sottolineano,
da persone che praticano la montagna per statuto, che le montagne sono un gioiello
da proteggere e valorizzare, insieme con le loro popolazioni, con una normativa
specifica, che può fare riferimento a quanto sopra enunciato dai politici.
Alla fine emerge con chiarezza che il prossimo appuntamento della Rete Montagna,
da condurre secondo lo stesso modello del Convegno di Innsbruck, basato sull’interscambio
scientifico e culturale di alto livello, sul confronto tra istituzioni di ricerca
di paesi diversi sugli stessi temi, con la preoccupazione comune di giungere
a delle soluzioni riguardo i problemi della Montagna, più che ad enunciazioni
accademiche, non può che svolgersi a Bolzano, sede della Convenzione
delle Alpi come Innsbruck, o in altra sede della Unione Europea, in quanto i
problemi affrontati non possono prescindere da una visione d’insieme,
europeistica, del sistema alpino.
ESTER CASON ANGELINI;
CHRISTIAN SMEKAL